L’umanità che sgorga senza regole, straborda da ogni angolo, si dipana in ogni parola così scelta e così pesata.
Questo, e molto di più, è stato il concerto di Niccolò Fabi al Teatro Team a Bari.
Ogni silenzioso passaggio tra una nota e l’altra acquisisce forza nella timidezza. Quell’ombra che copre il viso e gli occhi, ma non la forza d’animo. Quella no, quella forza quasi rassegnata dall’implacabile voglia di resistere, rimane.
Ed è quella stessa trascinante forza a farti assaporare, a farti vivere un viaggio interiore che poi esplode a ritmo di chitarre e bassi, e strumenti imperfetti, come noi. Come noi che rimaniamo inermi e quasi incantati dalla meraviglia della semplicità.
Alzarsi sulla punta dei piedi più volte, per arrivare all’apice, come sollevarsi dal dolore, dal suolo, fatto di legno, per elevarsi e raggiungere il cielo. Come a voler prendere il volo. Arrivare più in alto, erigersi, salvarsi, perdonarsi.
E poi ancora e ancora, denudarsi di nuovo, raccontare delle indecisioni, delle paure, delle malinconie distorte da qualche sorriso. Tutto torna. Tutto diventa semplice e condivisibile.
Tutto torna a farsi vita, anche quando credi che non possa esserlo mai più.
Che poi “l’amore capita”, e risuona forte il richiamo acuto, talmente asciutto che ti tira su dal petto.
Ecco arrivare il cambio di ritmo che urla, spinge: “ESISTE un futuro”. E volevamo sentirle dire quelle parole, volevamo davvero trovare speranza, ogni giorno la vogliamo ricercare.

Quanta speranza esiste ancora.
“Nessuna battaglia” è mai del tutto conclusa. Come rimbomba costante questa cura, che si addolcisce con la calma del verde.
Le case, come le cose, cambiano e li ho proprio visti con i miei occhi. Li ho proprio osservati tutti i musicisti, tutti cantautori, a sussurrare e per poi far esplodere le vene della gola. Tutti insieme.
Te lo giuro.
Cantautori uniti dalla stessa intensità, da una tenerezza che si fa possente e che riesci a prenderne un pezzetto per te. Ci credi davvero che tutto possa diventare leggero.
Quel dolore torna, ma si accartoccia e diventa sottile, e vola tra le stelle e la tempesta.
“Facciamo finta” che quella sensazione di condivisione che ci unisce sia infinita. Diccelo che possiamo mantenere viva quest’umanità anche fuori da questo teatro. Diccelo che possiamo mantenere gli occhi saldi verso la semplicità, con questa intensità anche solo per altri 5 minuti. Come quando posponi la sveglia perché vuoi rimanere al calduccio ancora qualche minuto.
E “Alba” che è il primo brano, cui ripensi alla fine, perché siamo in quella fase tra il capire e il cambiare. Costantemente. E quell’apertura strumentale, come se le parole facessero da apri pista verso qualcosa di trascendente.
Qualcosa di mai vissuto prima.

