Un tramonto accogliente ci ha abbracciati con i suoi colori blu e arancione.
Lo stesso arancione che ha vestito David Byrne e tutta la combriccola di artisti che ci hanno lasciato incantati per circa due ore.
Il cielo di Bari, ieri, ha reso il soffitto del palco del fondatore dei Talking Heads, morbido e fresco.
Sonorità che non lasciano spazio alla malinconia, perfette per una sera d’estate. E chissà da quanti anni si aspettava questo momento. Guardare a pochi metri, l’idolo di generazioni intere non ha prezzo. Persino sugli ultimi pezzi, quelli delle prime file non si sono lamentati della folla sotto palco. L’entusiasmo era incontenibile.
Ci siamo imbucati nel suo appartamento a New York, e non ti dico come stavano comodi gli occhi affacciati da quelle finestre.
Tocchi di gospel per impeccabili voci black (e white) e chi lo sa come fanno ad essere così snodate quelle schiene. Ballerini e musicisti liberi di muoversi e librarsi su un palcoscenico elegante e tecnologico. Senza strumentazione fissa. Questo ci insegna che non servono miriadi di scenografie, quando tutto è al posto giusto: carisma, idee, professionalità, ritmo e genialità.
Un unico maxi ledwall a ricreare un mezzo trapezio che riesce a introdurre storie in maniera semplice e azzeccata. Non mi sono sentita inadeguata mai, perché quella musica lì oltrepassa le generazioni. Attuale più di qualsiasi altro genere. Universale. Elegante. Brioso.
Che batti le mani a tempo lento e veloce, e da seduto le ginocchia arrivano al petto, per il brulicare del sangue nelle vene. Alzarsi è l’unico modo per rimanere in linea, alzare il volume è tutto ciò che ci rimane. Nelle orecchie e nel cv dei concerti visti, sicuramente tra quelli più iconici e indimenticabili.

